onimo archico

il 26 di settembre del 2016

nel mondo che continuo a guardare e che vedo ribaltarsi, i criminali sono da tempo considerati "onorevoli persone" e le persone che tentano di guarire una "normalità malata" sono considerate dei criminali. allora dubito sempre più fortemente e a ragione che "l'autorità" concessa alle "onorevoli persone" prenda anche solo in considerazione la commemorazione di uomini e donne, persone, che tentano di guarire quella "normalità". tocca a noi farlo. 

oggi ricorre l'anniversario della morte di cinque ragazzi che misero anima e corpo dinanzi all'offesa in atto nella loro terra, nel loro tempo. 
oggi ricorre l’anniversario della morte di cinque ragazzi anarchici, gli "anarchici della baracca" uccisi 45 anni fa. Angelo Casile, Francesco Scordo, Gianni Aricò, Annalise Bort, Luigi Lo Gelso. cinque ragazzi anarchici che furono trucidati con la messa in atto di un "finto" incidente stradale sull’autostrada nei pressi di Ferentino in provincia di Frosinone la notte del 26 settembre. i ragazzi si erano distinti per la loro personalità e il loro impegno nella scena politica e culturale Calabrese, lanciando preziosi segni grazie alle loro idee innovative e alle pratiche messe in atto. finivano gli anni 60, iniziavano gli anni 70, e i ragazzi agivano per convogliare la rabbia della persone verso obiettivi concreti: la risposta alla mancanza di lavoro, il problema dell’emigrazione che spopolava la loro terra, il neofascismo strisciante, mentre a prevalere era la demagogia dei vecchi notabili politici e dei neofascisti. i ragazzi operavano esponendosi ai pericoli delle manovre eversive collegate alla strategia della tensione e al progetto di colpo di stato di Julio Valerio Borghese, nel torbido connubio di quegli anni tra ‘ndrangheta, magistrati, massoneria, servizi segreti e "onorevoli persone" delle istituzioni.
i ragazzi anarchici “disturbavano” e non si piegavano alle minacce e alle aggressioni che subivano, allora li hanno uccisi durante un viaggio che li stava portando a Roma per una manifestazione e ovviamente nessuno ha pagato per l'omicidio.

l'autotreno che schiantò la loro auto e le loro vite era guidato da un dipendente di julio valerio borghese!
la sera prima della partenza per Roma una telefonata avvisava di non partire!
il parroco si rifiutò persino di accettare nella “sua” chiesa il feretro di Gianni Aricò, perché anarchico!
il Partito Comunista non mobilitò i suoi iscritti, "i compagni"!

ad attendere i feretri sullo spiazzo della collina di fronte al cimitero c'erano duecento compagni con le bandiere anarchiche e della sinistra extraparlamentare, l’avvocato Pino Morabito fece l’orazione funebre.

il padre di uno dei ragazzi piangendo raccontò di quando, dopo l’ultima aggressione in cui il figlio era rimasto ferito, lo rimproverò per la sua militanza anarchica pericolosa, dicendogli:   "Perché corri tutti questi rischi per la gente; che ti danno poi a te le persone?".
"Ma io non voglio nulla dalla gente, sono contento di fare qualcosa per loro!” rispose il figlio.

ad memoriam.



il 5 di settembre del 2016
non sia mai che le parole di un ministro tedesco ci possano tranquillizzare o ci facciano abbassare la guardia a proposito del TTIP. occorrerà aspettare il Consiglio Europeo di Bratislava nel mese di settembre, dove si parlerà anche del famigerato accordo con il Canada, il CETA, che è già stato approvato, ma che grazie alla mobilitazione dei movimenti contrari si è ottenuto che venga ratificato dai Parlamenti nazionali, essendo una decisione fondamentale per l’economia dei Paesi. purtroppo ma senza sorpresa il nostro ministro si è lanciato in una dichiarazione che reputa lo stallo degli accordi sul trattato come una "sconfitta per tutti"; la sconfitta casomai sarà del suo governo e delle multinazionali!

il dato allarmante che rimane nel nostro paese è che sul mercato italiano un pacco di pasta su cinque è prodotto con grano canadese, cioè grano importato sul quale viene usato  glifosato in fase di pre-raccolta per facilitarne l'essicazione ed elevarne il grado proteico. forse per questo il Natale nazionale lo trova eccellente per produrre la nostra pasta! 

infatti, oltre al ministro, chi si rammarica per il momentaneo stallo che sa di occasione perduta è il Natale nazionale, l'imprenditore che ha affermato con altisonante spensieratezza che il grano italiano non è adatto per fare pasta di qualità e che occorre necessariamente approvvigionarsi di grano dal Canada dove se ne produce tanto e della qualità giusta per la nostra pasta! 

Ora, può accadere che nel paese dove è nata la pasta non si produca più il grano adatto? forse sì! ma allora occorre ammettere che è stato un suicidio!

ma il punto è che se ad ammetterlo con tanta sicurezza è uno che di cibo ne capisce davvero poco e che si è appropriato di un’eredità che coltiva unicamente il profitto pensando solo al presente, qualche dubbio sorge!
a Natale non interessa il futuro ma l’immediato, così come gli interessa mantenere la gloria nazionale che ha raggiunto con i suoi centri di smistamento di cibo, dove si smerciano a costo elevato prodotti di nicchia, produzioni presunte artigianali e tutto il corollario medio borghese del mangiar bene, quello che un tempo si trovava andando dal contadino, dal norcino, dal casaro, dal pescatore. 
i centri di smistamento di Natale non hanno fatto che accrescere l’adorazione verso gli chef (pare che la parola cuoco sia umiliante!), verso il cibo griffato, destinato a chi vuol darsi un tono e, non essendo educato al gusto, si accontenta della garanzia della firma che ne sancirebbe l'autenticità. 
il più delle volte si tratta di pura speculazione, ottenuta da chi cavalca l’onda del cibo di nicchia e della presunta "tradizione", intuendone lo spirito della contingenza.
allora viene da domandarsi: come mai improvvisamente tutta questa narrazione decade per abbracciare la produzione massificata?! forse la spinta narrativa si sta esaurendo? forse è ipotizzabile che possedendo già il pastificio Afeltra, il Natale punti a diventare il capo della pasta di Gragnano? beh, usando grano ogm canadese brevettato dalla Monsanto che resiste agli erbicidi grazie al glifosato - dichiarato di recente cancerogeno dall’Organizzazione mondiale della sanità - e coltivandolo su appezzamenti di terreno comprati da società saudite, è probabile!

La dichiarazione di Natale a favore del grano canadese è sortita subito dopo che è stata resa pubblica la notizia di una ipotesi di acquisto di Monsanto da parte della Bayer.

Natale, che è personaggio capace di vincere gli appalti senza gara, imprenditore dai licenziamenti facili e dei salari da fame, è insediato bene nella struttura della catena alimentare e sarebbe capace di averci già pensato.

quello che è considerato "un tempio del cibo italiano" è ormai declinato verso l’ostentazione e la negazione più clamorosa del buon cibo. il tempio è paludato dentro una standardizzazione di tipo americano e il marcio prima o poi verrà a galla, anche se pochi saranno disposti ad ammetterlo. 
il marcio è fatto di menzogne, di potere e di cinismo, da essi nasce creando un circolo deforme dove ogni cosa e tutte le cose hanno senso solo e soltanto in relazione al profitto.

Natale è un uomo del governo, l'uomo prediletto da quell’imprenditoria vuota che è l'emblema di questo paese. 

occorre ricordare il progetto "disneyworld del cibo" al Caab di Bologna, ottantamila metri quadrati per un parco agro-alimentare. 
occorre ricordare che per Natale il sud Italia dovrebbe diventare una grande Sharm El Sheik del cibo.
occorre ricordare che nonostante le molte anomalie nel contratto pubblico il Natale ha avuto nel famigerato expo due padiglioni da 8 mila metri quadrati per la ristorazione e per la vendita dei suoi prodotti.
occorre ricordare che per far posto al suo tempio a Milano è stato fatto sparire il teatro Smeraldo, un simbolo di storia, cultura e memoria della città.
occorre ricordare l'uso vergognoso a scopo unicamente economico che ha fatto della "resistenza partigiana" nominando un suo vino "bolla ciao" e mettendo sul mercato solo per un giorno, il 25 aprile, il barolo "resistenza".
occorre ricordare che Natale era del tutto inesperto del settore alimentare e ha trovato aiuto in quelli del "cibolento" – di cui ha ripianato i debiti – ricevendo in cambio il supporto di esperti per la scelta delle aziende che sono divenute lo specchietto delle allodole per la cattura dei nuovi, numerosi clienti. una volta creata l’immagine, il Natale  ha capito che non poteva espandersi come avrebbe voluto solo con i piccoli produttori artigianali e ha preso contatto con la grande industria del settore alimentare e con la Coop che ha intravisto nella collaborazione con l'organizzazione una enorme crescita per la propria immagine. non contento Natale ha acquistato in proprio una serie di aziende di medie dimensioni e di buon livello qualitativo che gli hanno consentito di diventare il fornitore della sua stessa organizzazione. poi, ha ceduto una cospicua quota della sua organizzazione alla Coop ed un'altra ad una finanziaria della quale è diventato azionista. tutte queste operazioni sono state possibili grazie ad appoggi politici di governo che gli hanno consentito di ottenere importanti locazioni a costo zero o bassissimo e di poter agire liberamente nel trattamento del personale lavorativo.
una operazione commerciale molto ben riuscita sul piano personale ma che non può che essere considerata una attività industriale lobbistica che non ha nulla a che fare con la promozione del "fatto in Italia".
il buon cibo italiano di qualità è un’altra cosa.

questa rimane l'ennesima bugia ben congegnata.


il 4 di settembre del 2016
occorrerà tornare a interrogarsi su cosa vuol dire morire combattendo, occorrerà sentirlo crudelmente e non solo rallegrarsene perché qualcuno lo fa per noi; già, per noi che dalla bambagia in cui siamo adagiati immaginiamo che tutto sia lontano, che tutto accada fuori da noi.

è morta combattendo Viyan Qamışlo. è morta combattendo l'Isis in battaglia. era e rimarrà il volto giovane e forte delle combattenti Ypj. è stata uccisa in Siria, faceva parte delle unità curde di protezione. l'avevamo conosciuta quale volto giovane e forte delle combattenti, simbolo di lotta e autodeterminazione per il proprio popolo e per spronare noi, arresi all'arma del "mi piace".
è morta mentre l'Europa partecipa indifferente all'ennesima ambiguità, non fermando l'invasione turca in Siria che, con la scusa di combattere il Califfato, attacca i curdi, così come Assad che, impiegando addirittura l’aviazione contro la popolazione del Rojava, effettua attacchi con bombardamenti pesanti in modo indiscriminato sulle cittadine liberate, controllate e organizzate comunitariamente da donne come Viyan.
e noi ci limitiamo al gesto di stizza e assistiamo alle immagini di Erdogan che ringrazia Assad e per non essere da meno invade anche lui il Rojava con la scusa dell’Isis, attaccando il percorso di democratizzazione della Siria ad opera del popolo curdo. allora, da una parte Assad si scaglia contro i miliziani curdi che sono  gli unici a fronteggiare l’Isis nella Regione e dall'altra i servizi segreti e l’esercito di Ankara arrivano a Jarablus con la scusa di cacciare l’Isis; ma i miliziani fondamentalisti hanno prima finto di ritirarsi e poi si sono uniti ai jihadisti di Al Nusra, il tutto in evidente accordo con i servizi segreti turchi. una vera e propria combine tra lo stato islamico e Erdogan.

come faccia Erdogan, macellaio islamista turco, a essere ancora un beniamino della Nato e dell’Ue? devono spiegarcelo.

è ormai risaputo che l’ingresso dell’esercito turco nel nord della Siria ha come obiettivo le conquiste della popolazione curda nel Rojava, le conquiste di donne e uomini come Viyan. Lo Stato turco lo ha reso noto: il suo obiettivo nel nord della Siria è l’amministrazione autonoma nel Rojava. 
l’esercito turco ha colpito con i missili le postazioni curde e vuole insediare gruppi armati a lui graditi a Jarablus, sul confine, per continuare a poter esercitare un’influenza sulla guerra civile in Siria e visto che collabora da tempo con gruppi del "Fronte Islamico" in Siria, di cui fanno parte gruppi jihadisti e che questi a loro volta collaborano con il Fronte Al-Nusra – la propaggine di Al Quaeda in Siria - mi sembra tutto molto chiaro! tramite questi gruppi la Turchia continua ad intervenire contro l’amministrazione autonoma del Rojava e in passato Erdogan ha anche sostenuto attivamente l'Isis in questa lotta.
è ovvio che l’obbiettivo dell’operazione a Jarablus è il Rojava e che l’operazione si è trasformata in una guerra contro il popolo curdo da parte dello Stato turco.
questi eventi possono spianare la strada all’Isis per passare liberamente in Europa via Istanbul. 
Erdogan ha già evidenziato l’obiettivo razzista del suo partito islamista al potere: eliminare i curdi siriani.
I curdi siriani costituiscono la più piccola fazione della società curda, sono stati sottoposti alla repressione del regime Ba’ath negli ultimi 50 anni. adesso in Siria stanno stabilendo un autogoverno e Erdogan ha promesso ad Assad che la Siria sarà una federazione senza i curdi. 
lo Stato turco ha iniziato ad attaccare la rivoluzione del Rojava direttamente dopo che l'Isis ha fallito a Kobanê e in altre città, grazie alla lotta dei combattenti curdi come Viyan.

è tutto così ovvio che...

occorrerà tornare a interrogarsi su cosa vuol dire morire combattendo, avendo negli occhi gli occhi di Viyan.


il 30 di agosto del 2016
scomoda, come la vita ha saputo esserlo con lei, scuotendola, lacerandola, denudandola. ricordarne la faccia come specchio impietoso, come monito, con le sue rughe solenni, gravi come un testamento. rileggere la sua scrittura anarchica nei contenuti e nello stile. ricordarne la mente libera e il corpo forte, l'individualità complessa e contraddittoria. soffermarsi sull'espressività sensuale e spigolosa della sua prosa sia che si trattasse del mondo esterno o della propria interiorità.
farlo.
farlo guardando questa strada vuota senza relazioni sociali, senza gente che mangia per strada, senza gente che balla per strada, senza gente che si  azzuffa per strada e ammettere che il mondo è morto e sepolto e che gli uomini e le donne siedono nel loro angolo buio spogliati della propria storia.
farlo.

farlo e rialzarsi, uscire. lasciare la porta aperta e attraversare con grazia rivoluzionaria le rovine di questo tempo.



il 29 di agosto del 2016
la vita di questa frazione, in questo piccolo comune di vallata è da anni sostanzialmente immutabile, pare che la storia non passi più  da queste parti, oppure lo fa dopo molti anni. La storia, in questo luogo isolato pare scorrere più lentamente ma non è sempre stato così e quando la storia si è servita di questo luogo ha lasciato segni, ricordi, tracce inequivocabili, un vestigio degno di essere ricordato.

alla fine di agosto di quarant'anni fa la storia è passata di qua è anche oggi lo ha fatto, solo apparentemente su questioni diverse. 

pochi giorni fa si sono riuniti i sindaci di tutti i comuni di vallata per deliberare un decreto che in sintesi, con voli pindarici e garbatamente scritti, rispedisce al mittente la richiesta di ospitare un numero limitato di migranti che arrivano dall’Africa. 

quarant'anni fa, negli stessi giorni ci fu una presa d'atto antifascista che ebbe dell'incredibile.
un evento che purtroppo pochi rammentano e che nemmeno i quotidiani locali si impegnano a ricordare.
Eppure quella presa d'atto ebbe un suo senso, sopratutto simbolico; erano gli anni settanta. 

I fatti sono stati tramandati così: in piena estate la corte d’Appello dispose che due neofascisti imputati di un attacco contro una sede di extraparlamentari di sinistra, terminassero  il loro periodo di carcere preventivo in soggiorno obbligato in vallata. era già successo in precedenza con presunti affiliati alle cosche mafiose. All’annuncio di questa notizia la popolazione della vallata insorse. Ci fu una vera e propria sommossa che portò al blocco dei ponti che avrebbero trasportato i due neofascisti nel borgo o nella frazione. i paesani formarono un comitato promotore che passò di casa in casa per spiegare e allertare alla presa d'atto, sbarrarono la strada sui due ponti con barricate di piccoli mobili, animali da traino e balle di paglia. Resistettero sette giorni alternandosi alla guardia e agli approvvigionamenti, poi furono sparigliati dai rinforzi della forza pubblica. i due neofascisti arrivarono in piena notte in elicottero al campo sportivo, scortati da una cinquantina di carabinieri. questo rese necessario l'occupazione dell'unica pensione e di molte case popolari in attesa di assegnazione.

i paesani che vissero quell'evento sostengono che quel periodo per i due  neofascisti sia stata una vacanza. 

dopo la loro partenza, nell'aprile del ’77 a circa una ventina di paesani venne notificato il rinvio a giudizio. Il processo si svolse nei primi mesi del ‘78: Repubblica Italiana contro i 20 paesani. tutti condannati a 40 giorni di prigione per il reato di “blocco stradale" derubricato ad “interruzione di pubblico servizio”. Il ricorso in appello peggiorò la situazione per una metà degli imputati: in 10 vennero assolti, mentre gli altri 10  (7comunisti e 3 anarchici) vennero condannati nuovamente per il reato di "blocco stradale e resistenza aggravata" con una pena aumentata a 3 mesi e 14 giorni di carcere con la condizionale. Il ricorso in Cassazione venne rigettato per vizio di forma.

il processo invece che imputava i due neofascisti ha visto l'uno assolto e l'altro con pena prescritta.

gli unici che hanno scontato veramente una condanna sono i paesani che hanno protestato contro la presenza dei due neofascisti. E qui sorge una riflessione su chi negli anni sia stato protetto dallo Stato e chi no. 
stagione passata, colpevoli sbagliati; la storia.

se parallelamente penso all'oggi e a quarant'anni fa, se penso alla presa d'atto dei sindaci di vallata di allora e a quella di oggi, se guardo le proteste di oggi contro i migranti e quelle di allora contro i neofascisti, se penso alla narrazione dei fatti, arrivo all'unica conclusione che l’antifascismo allora contava tantissimo e oggi non conta niente.
nell'affrontare le emergenze, le più diverse, oggi si protesta contro qualcuno che fino a prova contraria non è ne un criminale, ne un terrorista, ne un fascista. sono solo profughi, gente che scappa dalla guerra. 

dov'è finito l'antifascismo, in quali meandri del sentire civile si è dissolto, cosa compone queste lamentele dei forti contro i deboli, perché  il fattore economico ha pervaso i corpi di vallata? 


solo una risposta antifascista può tornare a far passare la storia, quella con la S maiuscola da queste parti.


il 29 di agosto del 2016
sono stato in un luogo dove ho sentito leggere ciò che era stato scritto e la sensazione che ho avuto è stata quella di ascoltare un'altra parola. questo apparentemente non ha nessuna importanza perché la scrittura -quella buona- è in gran parte, sempre, incomprensibile. d'altra parte per quel poco che so neanche a chi scrive è chiaro ciò che scrive e spiegarlo o dimostrarne l'efficacia non serve a nulla, come non serve a nulla difendere un preciso stile di scrittura. lo stile, a mio parere, prende forma compiendosi silenziosamente attraverso la scrittura, e la scrittura, quella  silenziosa e solitaria, fa più male di una testata. fa male a chi scrive e fa male a chi legge e nel caso specifico a chi la ascolta; altrimenti sarebbero fatica e dolore sprecati. ascoltare è stata una fatica enorme che ha prodotto un enorme piacere. allo scrittore, che era poi il lettore non importava avere pochi ascoltatori "occorre preoccuparsi casomai se i pochi aumentano" - mi ha detto poi. 

mentre le parole fluivano, si sommavano, mi pareva che quella scrittura, che quelle parole, pensassero allo sconosciuto e la sensazione mi è rimasta tale anche dopo averle ascoltate per intero. ho ascoltato parole che diffidano dalle lusinghe perché sicure di far parte di una scrittura che non può essere compresa davvero, una scrittura che ha il gusto per la dissezione, per il frammento, una scrittura che non serve per comunicare qualcosa dell'autore ma che descrive impietosamente la vertigine umana, i sopravvissuti a un disastro senza testimoni, senza prove del disastro. una scrittura che non pensa ai posteri ma che ferisce il presente senza interesse per lo stile ma con un grande stile, uno stile che pone un limite all'io dello scrittore. una scrittura dell'insuccesso, della non appartenenza, che tende ad allontanare le lusinghe dei facinorosi e le opportunità, gli incontri e il consociativismo, una scrittura che li tiene alla larga perché apparentemente incomprensibile. bene, ascoltare quelle parole mi ha fatto convincere che esiste ancora una possibilità di scrittura. 



il 28 di agosto del 2016
sono giorni questi che si succedono velocemente, come le età, dove cerchiamo di spiegarci il tragico che accade. Spiegarci non l'evento tragico in sé, sempre imprevedibile, ma le conseguenze, le conseguenze del tragico a livello umano.

nel ripetersi delle tragedie quello che si fa più chiaro è il ruolo oscuro dell'informazione, l'informazione a parole in questo mondo globalizzato, dove come nella finanza, il minuto e il secondo assumono un valore pornografico. la pornografia "dell'aggiornamento in tempo reale", blaterato, insistito, insensato, che non è per nulla necessario. è la "pornografia delle parole", amplificata, dissezionata, ripetuta, che si insinua in particolari che rappresentano una vera e propria violazione, una violazione distorta e lontana dalla possibile spiegazione di cui siamo in cerca.

lo sa bene chi vive ai margini, nel silenzio assordante dei margini che imprevedibilmente si riempiono improvvisamente "della parola pornografica" che determina il centro dell'attenzione, come in questi giorni.

le poche parole quotidiane tra le persone che si incontrano nelle vie strette, soverchiate da muri rabberciati e non allineati, non dimenticano mai di ricordare l'ultimo grave avvenimento in paese, mentre il megafono dell'informazione non ne ha memoria alcuna, poiché dopo l'orgasmo senza desiderio "la parola pornografica" dimentica e viene dimenticata, rimuove e si fa rimuovere.

chi abita i margini sa la gravità "della parola pornografica" e istruisce la generazione che cresce e seguirà - negli ultimi tempi addirittura si è stati costretti a ricordarsene sempre più spesso e non può considerarsi un caso.

"la parola pornografica" così come la tragedia ci pone di fronte al nostro tempo, ci pone di fronte all'immanenza che "la parola pornografica" non considera e di conseguenza non ricorda. contrariamente, l'immanenza è vita, memoria, per chi abita i margini, è il senso puro che si scatena nel "luogo" in cui si cresce di generazione in generazione e all'immanenza si è sempre rimediato con scelte di sentimento dettate dall'esperienza costruita sulla povertà che impregna i margini.

la "parola pornografica" è scevra del concetto di immanenza, non sa nemmeno che è proprio per questo che riesce a sapere dell'esistenza dei margini, dell'esistenza di chi li abita e delle poche parole spese con parsimonia, ogni giorno.

quello che si chiede alla "parola pornografica" è di tacere.


il 12 di agosto del 2016
è l'alba del 12 agosto 1944.
a sant'anna di stazzema i nazifascisti
prendono a forza 140 esseri umani dalle loro case e li gettano ferocemente  in mezzo alla piazza. gli puntano contro i mitragliatori e non gli lasciano nemmeno il tempo di gridare; il fuoco dei mitragliatori nelle mani degli assassini è impaziente e breve, molto breve.
i corpi inermi vengono ammassati assieme alle panche della chiesa e ai materassi delle case, poi viene appiccato il fuoco. nel fuoco vengono spinti altri uomini, altre donne. 

altre donne e altri uomini vengono presi nelle case, spinti negli angoli delle stanze e mitragliati. poi, fuoco alla casa intera: i mobili, i cadaveri e le bestie bruciano in un unico fuoco. gli esseri umani che cercano di fuggire vengono colpiti dalle raffiche delle mitragliatrici.

ai bambini viene fracassato il cranio con il calcio delle armi, infilato un bastone nel ventre e poi vengono appiccicati ai muri delle case. a sette di loro toccò la sorte del forno, preparato la mattina per la cottura pane. (non smettere di leggere, non hanno ancora finito i vigliacchi)

gli assassini scendono il sentiero ancora con la smania di colpire, di distruggere, di uccidere, lo faranno fino a sera. hanno incendiato tutte le case, trucidato gli abitanti e gli sfollati, più di cinquecento persone.

gli assassini scendono a valle accompagnati dal suono di organetti, da canzoni esaltate e dal rumore di nuovi spari e di nuove grida, uccidono chiunque incontrano, anche con l'ausilio del lanciafiamme. 

la rabbia, l'atroce rabbia è che durante questo scempio si sentono voci italiane, voci di vallata, voci di collaborazionisti fascisti locali. sono stati loro quella notte a condurre i nazisti su per la salita che porta a sant'anna di stazzema poiché, per conoscere la salita, occorre conoscere i luoghi, occorre essere versiliesi. 
sono italiani rinnegati, individui vili che col volto coperto, in lingua italiana o in dialetto versiliese, partecipano alla strage più infame della loro collaborazione con l’occupante nazista, non paghi delle già numerose fucilazioni di partigiani e delle violenze e soprusi ai danni della popolazione. fascisti che non si sono limitati alla infamante opera di spie, di carcerieri, di aguzzini, ma che volevano macchiarsi di un delitto ancora più atroce: una strage di innocenti. 

una vera deformità morale, una criminale vanità, un servile bisogno d’imitazione per non sentirsi inferiori ai loro padroni, per dimostrare a loro stessi e a quanti non lo credevano, di essere come i loro padroni: criminali fascisti assassini.


il 10 di agosto del 2016
essere conformi oggi (a chi? a cosa?) significa aderire a un ipotetico pensiero massificato. credere che l'adesione rinnovi quel sentimento che induce alla speranza, a una maggiore sicurezza e a un trattamento di uguaglianza, significa non tenere conto che la suddetta adesione possa rappresentare come minimo una trappola infame. l'adesione non può che generare una negazione del conflitto. tale negazione rappresenta il sintomo primo alla conformità. 
l'adesione alla massa produce un fuoco che scalda solo apparentemente, genera un accomodamento alla fonte originaria del conformismo, nella fattispecie rende palese l'intramontabile assuefazione della massa al bisogno di sicurezza negando la propensione alla libertà. l'adesione a un gruppo religioso, a un gruppo partitico simboleggia di fatto che l'individuo all'interno del gruppo pensa di essere al sicuro. (osservate un gregge di pecore).

se il bisogno di sicurezza, di uguaglianza serve strategicamente per affrontare l’ansia della solitudine, l'adesione induce a propendere per una pratica conforme al gruppo; più che una pratica una pura illusione.

nel quotidiano siamo chiamati costantemente a confrontarci con l'adesione a un progetto di conformità e purtroppo, con la forza numerica che ha assunto, rischiamo di distogliere l'attenzione dalla capacità generativa e creativa, dall’inedito non conforme, che sottotraccia alberga in ognuno di noi. (osservate una capra).


il 9 di agosto del 2016

quale, oggi, la vostra pena, quale, oggi, il vostro problema quando guardate ciò che avviene alle donne, agli uomini e ai bambini migranti respinti e fermi a Milano? quale in voi lo sconvolgimento in atto? guardate Milano, ma vedeteci il confine svizzero, vedeteci il confine francese, vedeteci il confine austriaco, vedeteci l'incapacità di un ministero degli interni e il danno di un intero governo, quello italiano. e sopratutto se ancora vi batte il cuore, leggete o rileggete "la vita agra" di luciano bianciardi.










l'8 di agosto del 2016
è l'8 agosto del 1956. scoppia un incendio nella miniera di Marcinelle, in Belgio, a – 975 metri, all'interno di un impianto fatiscente. nel rogo muoiono 262 lavoratori di dodici nazionalità, fra i quali 136 italiani. la morte, il prezzo da pagare alla politica che senza alcuna tutela sociale, scambiava attraverso accordi bilaterali braccia per il carbone. al tempo l'economia belga necessitava di manodopera, anche italiana, ma il carbone belga estratto a Marcinelle dai minatori italiani, soprattutto abruzzesi, raramente è arrivato in Italia.

oggi è l'8 agosto e alla Stazione Centrale di Milano sostano i migranti in fuga da guerra e fame. li tra il 1946 e il 1950 c'era la sede della macchina burocratica dell’emigrazione con destinazione il Belgio, li venivano timbrati i sogni di riscatto dalla povertà da tutte le periferie d’Italia. tra l’aprile del 1946 e il giugno del 1950 partirono 83mila minatori ai quali si aggiunsero più di 21400 familiari.

l’apice tragico dei caduti in miniera si deve alla persistenza di una logica omicida, fallimentare, quella cioè di continuare a utilizzare l’emigrazione quale strumento di politica economica e valvola di sfogo sociale. che i nostri migranti fossero regolari o irregolari non importava, l’importante era che ne partissero il più possibile per andare a scavare nelle viscere della terra quel carbone che sarebbe servito per il rilancio economico della disastrata Italia. 
la  classe dirigente al fine di allentare le tensioni sociali e ottenere rimesse dall’estero, convinse con una propaganda devastante che migrare era giusto e necessario. la verità era che la somma delle rimesse e dei redditi dei migranti inviati in Italia avrebbe costituito il più importante elemento per l’equilibrio economico e finanziario dello Stato.

oltre al reclutamento ufficiale ad opera proprio dello Stato, ieri come oggi, i migranti finirono spesso nella rete di trafficanti senza scrupoli.

ci siamo dimenticati di Marcinelle e dei morti, ci siamo dimenticati di quanto siamo stati miserabili e non ci accorgiamo di quanto lo siamo oggi nei confronti dei migranti. con la storia che abbiamo dovremmo capire per primi da dove arriva ogni giorno la miseria, e dovremmo avere non uno ma due o tre occhi di riguardo per i nuovi migranti, invece non li vorremmo neanche vedere o li vorremmo vedere buttare sangue nei campi peggio delle bestie.

anche la morte sembra non insegnarci niente.


il 5 agosto del 2016
il 5 agosto 1916 un esercito di uomini miserabili ma pieni di dignità veniva mandato al massacro dagli ufficiali traditori. la destinazione era Gorizia e altre terre di confine da conquistare o da far diventare "redente". stipati su treni e carri-bestiame partivano con il solo biglietto di andata.
erano braccianti, muratori, carrettieri e contadini che vennero precettati per combattere una guerra finta. uomini sacrificati ai quali non importava nulla di ampliare i confini del regno sabaudo. in loro ricordo "oh Gorizia tu sei maledetta"

La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì.

Sotto l’acqua che cadeva a rovescio
grandinavane le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli su letti di lana,
schernitori di noi carne umana,
questa guerra ci insegna a punir.

Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dei confini;
qui si muore gridando: assassini!
maledetti sarete un dì.

Cara moglie, che tu non mi senti,
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini,
ché io muoio col suo nome nel cuor.

Traditori signori ufficiali
che la guerra l’avete voluta,
scannatori di carne venduta
e rovina della gioventù

O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.


il 4 agosto del 2016
nell'impossibilità di determinare il proprio quotidiano stanzia la mancanza di una visione, della propria visione. detta mancanza scaturisce unicamente nella conservazione prima e nella distruzione poi dell'intorno, inteso come relazione. non è più vero che quello che ci accade non lo capiamo, semplicemente non lo sentiamo, non lo sentiamo dentro di noi. assorbiamo per consuetudine, accettiamo con noncuranza ciò che poi diverrà esclusione, esplosione, distruzione. 

riappropriarsi della visione significa elevare il conflitto estetico tra l'indefinibile della nostra visione e l'assorbimento, l'accettazione di ciò che non sentiamo nostro. 

la mancanza di questo conflitto genera cieca distruzione; del sé, dell'altro, dell'intorno. 


il 3 agosto del 2016
la lotta allo spreco la si fa con la frugalità, con la sobrietà, con il parco desco. normare lo spreco vuol dire legittimare l'iper produzione, legittimare lo stato di indigenza che "anche" l'iper produzione ha creato.


il 2 agosto del 2016
oggi è il 2 agosto 1980.
c'è una stazione ferroviaria, è quella di Bologna.
c'è gente viva, gente che parte, gente che torna.
c'è una valigia, un'altra.
ci saranno 85 morti.
una valigia e 85 morti per distrarre un paese da qualcosa di più grave, qualcosa a cui non pensare, qualcosa che non si può dire. 
distrarre e ridurre al silenzio per lo sgomento.

lo scempio subitaneo e quello a seguire: l'odore di sangue, le urla, la polvere, le ferite, la morte.
l'inquinamento delle indagini, i depistaggi, i mandanti e gli esecutori, organi di stato e fascisti.

c'è un l'orologio fermo alle 10.25 ogni giorno alla stazione ferroviaria di Bologna, ogni giorno è il 2 agosto. voltati, guarda e chiediti perché.